Il Marco Polo si racconta

Ascoltare vuol dire prenderti cura di me

Quante volte in una conversazione non ho preso parola per paura di espormi? È scontato, lo immaginerai. È durata per anni, sono trascorsi degli anni prima che potessi riuscire a esplicitare un gesto o a non rendere palese un sorriso forzato, che ancora oggi mi frega, che nasceva quando il mio discorso pieno di vita veniva ridotto ad un infimo pensiero, che pareva essere stato esternato già con l’utopia di essere imperfetto. Si annullava così, con un semplice sguardo fuori posto, tutto quello che avevo da dire, da dare, da dimostrare. Ci ho messo degli anni, anni interi prima di riuscire a comprendere realmente il valore della mia parola.
Ci è voluto tanto, ma è bastato poco. Giorno dopo giorno imparavo a coesistere con gli altri, senza mimetizzarmi tra la folla. Mi piaceva così tanto riuscire a godere della stessa dignità di chi si prestava ad ascoltare quel tanto che avevo da raccontare, di cui sempre veniva a sapere così poco, che l’ho considerato quasi un potere. Con l’allenamento l’avrei accresciuto, fino a raggiungere il momento in cui la mimesi che mi nascondeva avrebbe svolto il lavoro contrario: sarei stata invisibile come le parole che si pronunciano, ma avrei acquistato il giusto valore. Quel valore non era quantificabile in ricchezza né dimostrava la mia posizione, ma era qualcosa che mi rendeva felice, felice a tal punto da permettermi di tornare a parlare. Così come il gioco della parola porta sempre a storpiarne il suo significato autentico però, anche la voce che usciva meravigliata ed incerta dalla mia bocca veniva letta cogliendone il concetto sbagliato. L’ho capito l’altro giorno, mentre sull’erba di quel giardino assolato ci stavamo ascoltando a vicenda da un paio di ore: io da quel pomeriggio intenso di attenzione rivolta nei tuoi confronti, uscivo soddisfatta di aver catturato dai tuoi discorsi quello spirito di giustizia che ti contraddistingue, che nel bel mezzo di una società omologata si maschera. Invece tu, che delle mie riflessioni ricordi i dettagli, non riesci ad oggi a dimostrare che una parte di me ti appartiene. È per questo che nelle discussioni di gruppo ora non mi senti più parlare e quando mi chiedi come sto non ti racconto più del mio domani. Mi sono fermata al presente e non lo modifico più, ripeto le azioni di ogni giorno e lascio che siano comportamenti diversi a palesare il mio pensiero. Perché sprecare parole per chi non si fa attraversare non è quello che voglio, perché ascoltare senza sentire non significa prenderti cura di me.

(Giada Coveri, 3D)
 

Ti ascolto

Tu sei lì, tranquillo. Sorridi ed annuisci, fingendo di capire la lezione.

La professoressa continua a parlare, probabilmente la sua voce ti arriva ovattata.
Distolgo lo sguardo e mi concentro un attimo sul libro. Un secondo poi torno a guardarti e in mano hai il telefono.
È un tuo riflesso incondizionato, se non lo guardi ogni 5 minuti impazzisci. E poi ti lamenti che i professori ti riprendono sempre.
Alla ricreazione ti alzi e mi raggiungi, scocciato. Hai l'aria di uno che prenderebbe a pugni il primo malcapitato.
Le tue labbra si muovono velocemente e le parole cambiano tono ogni volta. Le mani che si alzano, si spostano a destra poi vanno a sinistra. Si scontrano e poi si fermano.
Ogni tua azione, il mio cervello la registra e non la dimenticherà mai.
"Terra chiama Alice. Ci sei?"
"Sì ci sono."
"Ma stai seguendo cosa sto dicendo?"
"Ti sto ascoltando. Continua."
Diventi noioso ogni volta che ti lamenti. Ce l'hanno con te perché non segui la lezione e hanno ragione. Se ti impegnassi ad ascoltare…
Ma dentro di me spero non accada.
Mi piace sentirti parlare. Ti ascolto volentieri.
Ti ascolterò anche domani…

(Alice Maestrini, 3H)
 

Vivi e lascia vivere

Non ho molte certezze nella vita, praticamente nessuna, ma se dovessi sceglierne una… penso che mi affiderei al mio motto: vivi e lascia vivere. Forse viene definito più come un detto, comunque la categoria in cui rientra non è importante, ciò che conta è il messaggio. Mi sono spesso chiesta quale piacere trovassero le persone nel condizionare le vite degli altri, perché preferissero giudicare e imporre le proprie ideologie su altre persone, piuttosto che pensare a sé stessi. Forse è un sintomo di estrema insicurezza, un odio infondato che si è creato nel tempo, una forma di vendetta o invidia oppure un modo di fare ereditario... davvero non conosco la causa, ma non mi sembra una scusa plausibile. Penso, però, che spesso dimentichiamo di guardarci allo specchio o non riconosciamo a fondo il nostro riflesso, “forse è per questo che è importante ricaricare, così da non vedere la nostra faccia triste nello schermo nero, non vi pare?”. Il 'vivi e lascia vivere' è più che un modo di dire, è un concetto che implica l'attuazione di un rapporto ambivalente e reciproco dove si stanno considerando alcune premesse non da poco, prima fra tutte… vivere, una gran cosa, bravo chi tutti i giorni ci riesce e non sto parlando di sopravvivere, parlo di vivere. Bisognerebbe impararne la differenza. In realtà scrivendo mi sono accorta che il 'lascia vivere' non è nemmeno più un assioma se si è stati in grado di compiere la precedente premessa, infatti essendo concentrati nel vivere la propria vita al massimo ci si dimentica delle persone che ci circondano, di come sono o non sono ed ecco, quindi, che la seconda parte è diventata necessaria e autonoma. Ovviamente, mi sento di specificare che non sto cercando di incitare al completo menefreghismo e all'egoismo, di quello è già pieno il mondo, mi riferisco ad una particolare categoria di persone e al concetto generale della filosofia del 'vivi e lascia vivere'. Ne parlo genuinamente, perché ammetto di non capire il motivo per cui è così poco applicata o generalmente sottovalutata. Io l'ho sempre trovata molto interessante ed intelligente. Immagino che il motivo si possa individuare principalmente nell'educazione a cui siamo imposti, nel tipo di governo in cui viviamo. La democrazia è cosa buona e bella, non c'è dubbio, ma è sempre uno spartiacque che in qualche modo porta le persone al giudizio involontario, occhiatacce, discorsi alle spalle e, ammettiamolo, delusione e generale scontentezza. Ironico come da quando sono nata la maggioranza dei miei connazionali non si è mai trovata soddisfatta con il partito da loro stessi eletto. Può essere che continuiamo a votarli perché ci sono sempre e solo gli stessi, e quindi ci si accontenta per poi intascare l'ennesima delusione quando finiscono per non mantenere le loro promesse. Dubito che questo fosse il tipo di repubblica per la quale i nostri avi si sono battuti. Tuttavia, ho capito che è una battaglia persa potersi immaginare il concetto di 'vivi e lascia vivere' come realmente applicabile, mi basta guardarmi intorno.

(Gaia Pisanello, 3M)

LIVE AGAIN

“Dopo un’interminabile lotta, con perdite di vite umane importanti, con incredula commozione comunico alla popolazione Italiana che la pandemia da Covid-19 è finalmente finita!” annuncia il Presidente del Consiglio, in onda su tutti i canali TV interrompendo tutte le trasmissioni.

Questo sarebbe il discorso che tutti vorremmo sentire di qui a poco.
Ci riverseremmo tutti per le strade e le piazze a saltare come matti. Festeggeremmo banchettando con parenti e amici, neanche fosse il cenone di Capodanno.
Quel tormento, quello stress che ci perseguitava sarebbe annientato una volta per tutte.
L’Italia, l’Europa, il Mondo sarebbe nuovamente unito… tutti insieme in segno di rinascita.
La mascherina solo simbolo di brutti ricordi, da riporre in fondo ad un cassetto.
Tutti gli igienizzanti posti all’ingresso dei negozi posti nell’armadietto dei retrobottega.
Aspettiamo con ansia il giorno in cui i dati Covid non dovranno più essere aggiornati e in cui non ci appariranno più in prima pagina o come prima notizia dei telegiornali.
Sarà difficile riadattarsi alle vecchie abitudini, alla vita vera anche se non vediamo l’ora di farlo, perché ormai ci siamo abituati a queste regole, tanto da stupirci quando in televisione vediamo scene di film in cui le persone si parlano vicine, si abbracciano e si stringono la mano.
Arriverà, ne sono sicuro, quel momento in cui darsi un bacio, un abbraccio oppure stare fuori casa fino a sera tardi non avrà più conseguenze… basta stringere i denti per un altro po’!

(Mirco Nelli, 3D)
  

Comunicazione… tra ieri e oggi

Siamo nati in un periodo storico nel quale il telefono è diventato un mezzo di comunicazione in grado di poter far tutto, di tenerci in contatto con il resto del mondo, di gestire i nostri impegni e le nostre relazioni, di poter fare acquisti a qualunque ora del giorno e della notte, di ascoltare la nostra musica e di vedere i nostri film e le nostre serie preferite.
Ogni mattina ci svegliamo e ci rendiamo conto di aver ricevuto nella notte decine di notifiche, messaggi e conversazioni
La sensazione, almeno per me, è quella di sentirsi sommersi da un mare sconosciuto.
Ci sentiamo addirittura in colpa e chiediamo scusa anche solo se rispondiamo dopo qualche minuto.
Ma ci siamo mai chiesti cosa ci abbia portato a fare tutto ciò?
Come comunicavano i nostri nonni o semplicemente i nostri genitori?
Dai racconti che sento, per poter comunicare o avere notizie potevano passare anche molti giorni o mesi. Un processo molto lento, ma anche più affascinante.
Si comunicava grazie ad una lettera, grazie ad una cartolina, tutto in modalità cartacea.
Qualche tempo fa ho ritrovato alcune lettere e cartoline di un mio lontano parente, scritte mentre era in guerra e non sapeva neanche se alla fine sarebbero arrivate ai suoi genitori.
Mi sono messo a leggerle e mi sono emozionato. C’è il racconto delle sue paure, della nostalgia per il suo paese, per la sua casa e di quanto gli mancasse la sua terra, la sua terra di origine; di quanto gli mancassero i suoi amati animali.
Tutto così autentico. Tutto scritto in modo semplice, ma vero.
Si preoccupava più di come stessero i suoi genitori che di lui stesso che si trovava in guerra.
Era tutto così ignoto, misterioso e soprattutto lontano, tanto lontano. Oggi fa quasi sorridere il pensiero di non poter comunicare ad una simile distanza.
Invece, non era per niente facile.
La mia non è un’accusa contro la società di oggi e le tecnologie.
Non posso certo dirvi di stare meno dietro al mondo social, di controllare meno ciò che arriva o ciò che vediamo sullo schermo del nostro telefono.
Vorrei solo ricordare a tutti noi che fuori dalle nostre case… c’è un mondo che aspetta solo di essere vissuto.

(Niccolò Brunori, 3D)
 

Avevo in mente un titolo ma non me lo ricordo

Non ho una memoria molto forte.
Non ricordo molte cose e ciò mi dà fastidio.
A volte non riesco a ricordare cosa mi dicono i miei amici, anche se li ascolto.
Non ricordo cosa mi dicono le persone, anche se sto attenta.
Non ricordo quello che studio o imparo, non importa quanto tempo ci stia o quanto tempo ci passi.
Nel momento in cui qualcuno mi chiede qualcosa entro nel panico perché non ricordo più niente.
Quando penso di sapere quello che faccio, la mia testa si anestetizza e tutto ritorna come prima.
Sembra che tutto andrà nello stesso modo, non importa quello che farò.
A questo punto perché preoccuparsi di tante cose?
Perché sprecarsi a fare tante cose se tanto dimenticherò tutto?
Indipendentemente dal fatto che “ricordi” le cose oppure no, finirà che alla fine mi scorderò tutto appena qualcuno interagirà con me.
Dicono che forse è un problema di autostima, ce l’ho molto bassa, ma tutto questo rimane un problema per me.
Direi che la mia testa è un posto abbastanza complicato, non è così?

(Ilaria Pesciullesi, 4C)
 

È finito anche l’hype

Un sogno mi è scivolato tra le dita
quando per un momento hai pensato di
mollare tutto e
riprendere da capo
senza di me.
Mi hai messo paura
quando hai perso quell’aria così pura
che riempiva la stanza
e non mi lasciava sola.
Hai rotto schemi e rimodellato mondi
per me
e poi l’hai fatto solo per te,
perché ti riusciva così bene riordinare i pezzi
tanto da voler poi sparpagliare anche i miei.
Della confusione che mi abitava
tu ne hai fatto un mosaico.
Sapevi le cose come stavano
e ti riusciva anche dedurle.
Non ti servivano tante parole,
no,
le parole tu non le usi affatto.
Preferisci vagare su nuvole di carta
e solcare confini sui fogli che scrivi
quando ti esprimi
e rendi il silenzio
assoluto.
Così fai
anche stavolta:
ti chiudi in stanza,
apri una voragine
e lasci scritto sul post-it appeso al frigo:
“Non contare mai su di me.”

(Giada Coveri, 3D)