Il Marco Polo si racconta

Devo. Non riesco a farne a meno

Muovo la mano lentamente, senza pensare a nulla.
Lei si muove da sola. Potrei chiudere gli occhi, continuerebbe a fare il suo lavoro senza problemi.
L'immagine che devo rappresentare è precisa in testa, l'ho memorizzata ed è ferma lì. Non si muove.
Il colore sulla punta del pennello incontra il vetro.
È la prima volta che provo a colorare su un materiale diverso dalla carta, e l'ansia di sbagliare e non riuscirci è tanta.
Ma nulla mi può fermare.
Appoggio la punta.
Si inizia.
Il colore rimane fermo ed io decido di aiutarlo a muoversi, lo espando più che posso, finché non mi tocca intingere di nuovo il pennello col colore.
Faccio partire un po' di musica e istintivamente il mio corpo si muove con lei: il pennello inizia a seguire il ritmo della canzone.
Prima lento, poi più veloce.
Si ferma la musica, mi fermo io.
È rilassante… Mi aiuta a svuotare la mente e mi permette di divertirmi.
Non disegno perché voglio disegnare, lo faccio perché devo. È un po' come respirare, se smetto, non vivo. È una droga e non riesco a farne a meno.
E non mi interessa far vedere i miei lavori, non mi importa il vostro giudizio, che sia una critica o un commento piacevole.
Ho bisogno di queste poche ore in cui divento un tutt'uno con il lapis, col foglio.
Quelle ore perse a scegliere il soggetto del disegno, quelle ore dove mi arrabbio perché ho sbagliato una riga e devo ricominciare da capo, le volte in cui impazzisco perché non trovo la tonalità di colore giusta.
Ma allo stesso tempo vivo un sogno, rido e canto, mi rilasso, ignorando lo studio, i compiti.
Io ho bisogno di questi momenti.
Almeno una volta al giorno, devo dare vita ad un nuovo disegno.

(Alice Maestrini, 3H)

Finestra

apro un po’
persiane chiuse
a volte aperte
lascio la finestra aperta anche di notte
cambio aria alla mia stanza
come se alludessi alla mia testa
è ora di pranzo fuori non fa freddo
ma la sera si gela
e faccio finta che non sia così
metto attenzione
solo al leggero filo d’aria
che mi accarezza il viso
appoggiato sul cuscino
distante pochi centimetri
dalle imposte chiuse
che mi separano dal mondo fuori
al quale non sento più di appartenere

(Svetlana, 4M)

APATIA

Una volta salivo, prendevo posto in bus e quel fiume in piena di persone che attraverso gesti mi raccontavano le loro storie mi trasmetteva un senso di familiarità. Mi sedevo sul seggiolino sinistro della coppia di sedili situati circa alla metà dell’autobus, sul lato sinistro ed estraevo le cuffie dallo zaino. Mettevo su una playlist scombinata che nel caos di più canzoni sapeva capirmi e mi immergevo nei colori di quelle mattinate. Non lo facevo per estraniarmi dal mondo, non l’ho mai fatto. La musica funzionava da sottofondo ed io ci trascrivevo le storie di tanti. Camminavo. Camminavo tra le espressioni dei volti stanchi delle sette di mattina intenti ad imprimere nelle loro menti date su date di eventi storici e mi scappava da ridere e poi mi scappava da sognare. Sogni brevi però, perché la realtà mi richiamava a sé forte come un uragano. Ed allora un’altra faccia, un’altra interrogazione scolastica ed un’altra dose di felicità si aggiungeva al serbatoio consumato della notte precedente, andandolo piano piano a riempire. Mi riedificavo così, pezzo per pezzo, nutrendomi di sorrisi. Poi ho iniziato a cercare la musica con altri intenti. Lei mi serviva per riempire uno spazio che non era più colmato da suoni naturali e per questo uno artificiale, prefabbricato e studiato a tavolino era idoneo a sopperire a questa mancanza, consapevole che il vuoto dentro di me stava trasformandosi in voragine. Ha iniziato a prendere posto nelle mattine in cui mi trovavo sola in casa e nelle notti in bianco in cui al bordo del letto scorgevo la luna rasserenare tutti gli animi tranne che il mio; si è fatta spazio tra i miei capelli arruffati scompigliandoli sino alle radici per scavalcare quel muro sottile e potente che la divideva dall’appropriarsi del luogo in cui tutte le mie preoccupazioni nascevano. Ci stava provando a restituirmi la felicità, ma in poco più di qualche minuto è tornato il buio. I momenti di felicità mi sono apparsi così fragili e sfuggevoli da convincermi che sarebbe stato uno sforzo immane soltanto tentare di raggiungerli. Non serviva la musica, non serviva più. Non importava riempire dove non rimaneva altro che vuoto perché avevo capito che nessun pezzo avrebbe mai potuto combaciare perfettamente con quello mancante: restava in ogni caso qualche angolo incompleto. La musica è ritornata un sottofondo sul quale però non vagavano altro che note lineari, rettilinee ed una confusione significativa è tornata a bagnarmi la mente che nonostante con la musica si abbeverasse, non funzionava più. La notte ha iniziato a costringermi in maniera diversa, senza più premere sulle mie tempie. Il dolore è sceso per la gola ed adesso occupa un altro luogo.
La mattina sul bus non salgo più con il fervore di sempre. Sono alla ricerca del silenzio.
(Giada Coveri, 3D)
 

Pagine di vita

È ora di cena e la famiglia si riunisce intorno al tavolo con gli occhi rivolti verso la televisione ad
ascoltare i numeri in rialzo o in ribasso e i vari indici RT che il telegiornale trasmette prontamente
ogni giorno. Facciamo due chiacchiere, commentiamo le notizie, una battuta e la cena si conclude.
La famiglia si scioglie. Ognuno va per conto suo. C’è chi rigoverna, chi passa l’aspirapolvere, chi si
mette sul divano per guardare un film…ed io che vado verso camera mia. Tocco l’interruttore e la
luce si adagia sulle pareti e sul pavimento del corridoio. Una luce che mi consola e rassicura. Salgo
le scale ed arrivo davanti camera mia. Entro e mi guardo intorno per assicurarmi che tutto sia al suo
posto, anche se lo so già… è tutto al suo posto. Mi siedo alla scrivania, accendo la lampada ed avvio
il computer.
Mentre aspetto che il PC si accenda ripenso alla giornata passata e rifletto su ciò che ho fatto e su ciò
che avrei potuto fare. Il computer si è acceso ed apro una pagina Word. Ho già in mente come
strutturare il post. Le mani si muovono da sole e ciò che ho in mente lo proietto sullo schermo.
Mi distraggo un attimo. “Domani cosa faremo a lezione? Boh, vedremo” “Interroga o spiega?
Speriamo spieghi”. Torno a fissare attentamente il display ed ho finito il post senza accorgermene.
Incredibile!
Aspetta, ancora no. “Che titolo potrei metterci? Beh, a quello ci penso domani”. Salvo tutto in
chiavetta, la estraggo e spengo il computer.
Ho scritto un’altra pagina del libro astratto che mi racconta.
(Mirco Nelli, 3D)

 

IL NOSTRO MONDO DI FANTASIA

“Cosa non darei per vivere una favola”
Tutti noi da piccoli abbiamo immaginato la nostra vita come principi, principesse, eroi o cavalieri, esattamente come avviene nei famosissimi film Disney, dove tutto è magico e colorato. Abbiamo sognato innumerevoli volte di aprire le porte del nostro castello, trovandovi dentro tutto ciò che avevamo bisogno di trovare: un amico, un tesoro, il nostro personaggio preferito o altro ancora. Io ho sempre ammirato tutto questo e visto il mondo delle favole come un posto sicuro nel quale ripararmi da bambina, magari dopo una bella sgridata dei miei genitori o dopo qualsiasi cosa mi potesse rendere triste. Semplicemente aprivo la porta della mia camera e, soffermandomi sull’uscio, magicamente, tutto cambiava forma: la mia sedia di legno diventava un trono d’orato, sul quale mi sedevo credendo di poter governare il mondo intero; il mio letto, per niente principesco, invece, diventava la culla dei miei sogni, il luogo in cui di notte mi proteggevo, tenendomi al riparo dal buio e da tutto ciò che non fosse magico o luminoso. O ancora i miei peluche, i miei compagni di gioco, che diventavano protagonisti anch’essi di una storia magnifica, nella quale tutto era possibile. Ho sempre creduto che i personaggi Disney ci volessero insegnare qualcosa, in fondo: abbiamo imparato a trovare in un animale il nostro migliore amico, a sperare sempre in un lieto fine e a scappare quando necessario, per ritrovare noi stessi in tutto questo caos. Ad oggi, forse, ho capito perché molti bambini amano tanto questo mondo, cosa significa per loro e cosa significava per me: è il nostro scudo dalla quotidianità, una via di fuga da una realtà troppo reale e in cui, a volte, la pressione diventa troppa. Creiamo la nostra favola, che diventa un mondo nuovo, stacchiamo la spina per un po': le preoccupazioni non esistono più e noi torniamo bambini per un attimo. A tutti serve una pausa ogni tanto, specialmente in un periodo come questo o in una società come la nostra e, forse, un ritorno al passato è la soluzione.
Riapro gli occhi tornando al mondo reale ma sono sempre nella mia stanza, ferma sulla porta, e, osservando l’interno, noto subito che per quanto colorata possa essere, non assomiglia affatto al mio mondo di fantasia.
(Giada Amoruso, 3D)

Ti saluto con le dita a V

Quando ti guardo, sorrido.
Mi viene spontaneo. Istintivo.
Anche se sono giù, mi basta immaginarti qui, accanto a me e tutto diventa più luminoso.
È come se nel buio, qualcuno accendesse una luce.
Tu sei quella luce.
Calda, accogliente, unica.
Non ti potrei scambiare con nessuno.
Ti conosco, da quanto? Sarà qualche anno, ormai 3 o forse 4. A dir la verità, ho perso il conto.
All'inizio eri solo un qualcuno in mezzo agli altri.
Stavi nel gruppo, insieme ai ragazzi. Il numero due… eri.
Sia come numero di maglietta, che come persona importante per me.
Non te l'ho mai detto, in realtà non sei mai stato il mio uno. Sei stato il secondo.
Il primo era quel biondino, alto, con gli occhiali. Hai capito chi, no? Quello acido che, nascosto sotto la sua corazza, aveva un animo dolce e gentile.
All'inizio c'era lui vicino a me. Ma poi tu hai sorriso.
Mi hai guardato ed hai sorriso.
È stato un secondo, ma è bastato.
Il biondo si è tirato su gli occhiali e mi ha spinto.
Sapeva che in realtà eri tu quello giusto.
Mi sono avvicinata a te ed ero timida. Tantissimo. Ricordi come diventavo rossa non appena mi salutavi?
È bastato poco per diventare importanti l'uno per l'altro.
Io continuo a vederti in fila, insieme alla tua squadra, e tutte le volte ti saluto con le dita a V, proprio come piace a te.
Altre volte, ti immagino di fianco a me, le tue braccia che mi circondano. Immagino la tua presenza confortante accanto a me.
Ed ogni volta, scrivo le pagine del diario, per ricordarmi di raccontartelo un giorno, il giorno in cui ci incontreremo.
Ma purtroppo si tratta solo di immaginazione.
Non va oltre.
Tu non ci sei qui veramente. Preferisci rimanere di là, con la maglietta della tua squadra.
Mi hai teso più volte la mano, ma non ho mai potuto afferrarla.
Io non posso abbandonare questo posto e tu non puoi fare lo stesso.
Continuiamo a fissarci, senza mai avvicinarci.
Ma sempre quando ti guardo, sorrido.

(Alice Maestrini, 3H)