Il Marco Polo si racconta

Quelli di una volta

Avete mai sentito gli anziani dire che “i giovani di oggi non sono più come quelli di una volta”? Magari sull’autobus, in tramvia o semplicemente quando andate a fare una passeggiata fuori? A volte si sentono queste persone lamentarsi di come la gioventù odierna sia diversa e “peggiore” di quella di una volta.
Il problema però non è questo: il problema è l’ipocrisia perché queste sono le stesse persone che si permettono di essere maleducati con i ragazzi più giovani e trattarli come vogliono.
Mi è capitato un po’ di tempo fa di essere andata a fare la spesa: ero per conto mio, avevo tante cose da imbustare e quindi ci stavo mettendo un po’ di tempo, quando un signore “diversamente giovane” si è rivolto a me in modo arrogante e sgarbato per dirmi che dovevo sbrigarmi.
Perfino la commessa si è sentita in dovere di difendermi. Chissà quali impegni improrogabili avrà mai avuto questo pensionato al quale ho fatto perdere ben 2 minuti di tempo…
Ma anche se avesse avuto degli impegni importantissimi, niente giustifica la maleducazione e la prepotenza. Penso che la maleducazione sia un tratto di una persona che esiste a prescindere dall’età.
Anche se dietro di me avessi avuto la persona più importante del mondo, non avrebbe comunque avuto il diritto di trattarmi male.
Alcuni anziani si lamentano dei giovani, che non hanno voglia di imparare niente da loro e dalla loro ricca esperienza… e sarebbe questo atteggiamento arrogante quello che vorrebbero insegnarci?
La mancanza di rispetto sembra essere di moda ed è presente non solo nelle nuove generazioni, ma anche nelle vecchie.
Il rispetto per il prossimo è un valore che sta alla base di una società civile e dovrebbe essere insegnato fin da bambini sia in famiglia che a scuola e nei luoghi di lavoro.
Purtroppo, è l’egoismo il valore che si impara per primo, l’intolleranza regna sovrana e ognuno cerca di prevalere sul prossimo.

(Ilaria Pesciullesi, 4C)

Calcio, metafora di vita

Calcio, il mio sport!! Lo sport di tanti. Calcio, uno degli sport più amati, lo sport di tutti. Gioco a calcio da quando ero molto piccolo e da quel mio primo giorno di tanto tempo fa non ho più smesso. Ricordo ancora l’emozione di quando sono entrato per la prima volta in quel campo verde che ancora oggi mi affascina e mi tiene in tensione ogni volta che, insieme alla mia squadra, mi preparo per una partita.
In questo periodo il calcio è in standby. Ma tranquilli, tornerà e tornerà ancora più avvincente!
Durante tutti questi anni ho avuto molti infortuni, un gomito, una tibia… ma niente è riuscito a farmi abbandonare questo sport; anzi, sono riuscito ad apprezzarlo ancora di più grazie a tutte queste cadute. Rientrare dopo un infortunio ti fa sentire forte.  Mi piace fare calcio e mi piace anche vedere il calcio; andare allo stadio insieme agli amici, seguirlo in Tv… e proprio mentre guardo in televisione giocare la mia squadra o le altre squadre, mi viene spesso di fare il confronto tra noi “dilettanti” e i giocatori “veri”, quelli pagati per giocare, che purtroppo non sempre si impegnano abbastanza.
Quando penso al calcio, penso a parole come FRATELLANZA, EMPATIA ma anche COMPETIZIONE, RABBIA, GIOIA e soprattutto PASSIONE. Parole che racchiudono la mia esperienza di calcio, parole di vita. Sembrerò un po’ banale o un po’ sdolcinato ma alla fine il calcio mi ha stravolto la vita e me l’ha cambiata in meglio, perché alla fine il calcio è un po’ come una metafora di vita, si casca tante volte, ma ci si rialza migliori e più forti.
Ho avuto tanti compagni di squadra, tanti ragazzi come me, tanti ragazzi della mia età e da ognuno di loro ho imparato qualcosa che mi ha arricchito come persona. Tanti compagni, tanti ragazzi che porterò sempre nel mio cuore e di cui non mi scorderò mai perché abbiamo vissuto giorni indimenticabili, da soli, soli con il nostro MISTER.
C’è e ci sarà sempre tanta competizione in questo sport, ma ciò che ho capito è che si può aspettare, sì aspettare, perché arriverà sempre il nostro momento.
Non ci resta che sorridere.

(Niccolò Brunori, 3D)

Ma questa è fantascienza?

Spazio e tempo: i due fondamenti della realtà, le due dimensioni certe, sicure e conoscibili mentre la terza, che trascende il nostro sapere, ce la possiamo solo inventare. Del tempo sappiamo che è incontrollabile, una forza potentissima che agisce autonomamente e perfettamente immacolata e vergine dal tocco umano. Allora ci siamo appropriati di ciò che restava: lo spazio, pretendendone sempre di più, espandendoci perfino fuori dai confini della terra, occupando ogni singolo angolino. Spazio e tempo non sono solo ciò sui cui si basa la nostra realtà, ma anche le altre migliaia di mondi esistenti in un universo parallelo creato da nostri simili: la fantascienza. Fantascienza, fantasia e scienza, quindi immaginazione ma anche verità, concetti opposti ma che assurdamente si uniscono e che ci raccontano di realtà alternative, spazio e tempo che coesistono ai nostri. Ma non solo coesistono nella realtà effimera del lettore, così come fanno tutti i libri, compiono un'azione differente: creano un futuro, principalmente distopico o utopico. Distopia ed utopia, due sostantivi che vanno al di fuori della nostra realtà e del nostro presente, non sinonimi ma neanche contrari, semplicemente esempi di spazio e tempo diversi dai nostri. Che poi di utopia in alcuni casi non ne possiamo neanche parlare perché la grande differenza dal genere fantasy, per esempio, sta proprio nel tempo: il futuro è qualcosa di imprevedibile e nella sua narrazione non c'è mai qualcosa di strettamente utopico e irrealizzabile bensì è sempre presente l'elemento veritiero o, quantomeno, verosimile. Per questo, forse, preferisco i romanzi fantascientifici perché, la realtà lì descritta e la nostra non sono così lontane come sembrano, in quanto ciò che noi chiamiamo presente in realtà non esiste, o meglio, esiste invisibilmente in un frammento di tempo microscopico incomprensibile alle nostre capacità che vive nel mezzo dell'immensità del passato e del futuro. La definizione stessa di realtà è labile, mutevole e intercambiabile di persona in persona. Per questo motivo ciò che offre la fantascienza non si riduce soltanto a fantasia e utopia pura; così come ogni altra cosa che specula sull'avvenire. A volte, anzi, i futuri che offre la fantascienza sono addirittura preferibili a ciò che sembra prospettarsi per l'umanità.

(Gaia Pisanello, 3M)

Cambio di rotta

L'avvento inaspettato di una particella di materia ha cambiato per sempre le nostre vite. La normalità è diventata eccezione. Anche il semplice uscire di casa ha un retrogusto particolare, come un piatto raffinato che difficilmente hai la possibilità di degustare. Ho imparato ad apprezzare le piccole cose, a dare il giusto valore ai particolari. Tutto attorno a me è cambiato, sono cambiato anche io. Basta essere superficiali, non voglio più essere lo spettatore della mia vita: una vita passiva, dipinta di grigio. Voglio diventarne il protagonista, scrivere la mia storia con sudore, anche fallendo, cadendo, ma rialzandomi sempre. Finora non mi è mai mancato niente, ho sempre avuto tutto. I miei genitori mi hanno sempre accontentato, non perché lo meritassi, ma per rendermi felice. La soddisfazione? I meriti? Sempre lasciati agli altri, solo la cornice di un quadro, lo sfondo rispetto al primo piano. Basta aggrapparsi agli altri per rimanere a galla, scegliere la via più facile per raggiungere il minimo indispensabile. Serve un cambio di rotta, responsabilità e autonomia come mete. Sono dell'idea che cambiare non equivale a migliorare, tuttavia per migliorare è necessario cambiare. Un cambiamento radicale, che parte dal pensiero e giunge all’azione. Voglio diventare fiero di me, di quello che farò, di quello che sarò, rendere orgoglioso chi mi ha sempre voluto bene e mi è stato vicino: quella sarà la mia vittoria. Ho deciso, però, di tenere quel vestito che per tanti anni è stata la mia pelle, quel vestito sporco, sgualcito e strappato. L'ho piegato accuratamente e riposto nell'armadio. Arriverà il giorno in cui lo ritirerò fuori, non per indossarlo, ma per ricordarmi chi ero e apprezzare ancora di più quello che sarò diventato.

(Marcello Consigli, 5B)

Come in famiglia... in Redazione

4 APRILE 2020, 16.55, ciò che sto facendo lo terminerò un’altra volta. Prendo il telefono e vado su Instagram, questa volta non per mettere “like” alle foto, ma oggi lo scopo è formativo. Tra 5 minuti inizia ciò che aspettavo da una settimana… la diretta Instagram con la Redazione del Marco Polo. Qualcuno si starà chiedendo cosa c’era di così entusiasmante da aspettarla per un’intera settimana. La diretta si faceva il venerdì o il sabato e ognuno si preparava una citazione, una canzone o un passo di un libro che trattasse l’argomento su cui si svolgeva l’intera diretta. C’è chi si buttava nella diretta a parlare con il “capo-dirette”, la Yasmine, che riusciva sempre a strapparti un sorriso e a farti parlare senza vergognarti, che riusciva a farti dimenticare, con la sua tenera e delicata voce, che c’era qualcuno ad ascoltarti e così riuscivi senza problemi ad esprimere tutto ciò che avevi dentro. E c’è chi, come me, preferiva stare un po' più nell’ombra, ma ascoltava con piacere tutte le meravigliose e strappa-lacrime considerazioni che venivano fuori sull’argomento.
Mi ricordo che era sempre la prof.ssa Carpinteri ad iniziare con un pezzo, come solamente lei sa fare. E poi molte volte c’era anche il preside, Ludovico Arte, sempre pronto a dare utili “lezioni” a tutti, adulti e non. C’erano le persone del teatro, quelle di MATERIA PRIMA, del Teatro Cantiere Florida e altri ospiti, attori e registi: loro durante gli incontri, con semplicità, ci raccontavano l’ambiente e l’atmosfera del loro mondo lavorativo, con argomenti vari e molto interessanti.
A me tutto ciò è servito molto, sia per relazionarmi con gli adulti che per cercare di abbattere quella timidezza che da sempre mi tormenta. So che avrei dovuto lanciarmi con più coraggio, ma la timidezza, questo malefico ostacolo, mi portava ad aver paura di sbagliare.
Era diventata una seconda famiglia, per me, come quelle che si mettono intorno al fuoco e iniziano a raccontare ciò che di bello o brutto è capitato loro, accompagnate da un toccante e vibrante suono di chitarra.
Ero sempre curioso di aspettare la fine della diretta per scoprire l’argomento sul quale ci saremmo confrontati la volta dopo, e appena saputo mi mettevo subito a fare delle ricerche per arrivare ben informato alla diretta; restavo tutta la settimana in attesa di poter rincontrare quel gruppo, in quel minuscolo angolo di Rete.
Quando seppi della fine delle dirette e dell’ultimo incontro avrei voluto tornare indietro nel tempo. E una volta finita anche l’ultima diretta ebbi l’impressione che questa famiglia si fosse dispersa.
Spero vivamente un giorno di poter tornare a frequentare quella famiglia che animava la monotona staticità della settimana.
P.S. Mi mancate!

(Mirco Nelli, 3D)

ANEMOIA

Recentemente mi è capitato di pensare al trascorrere del tempo e alle epoche che non abbiamo vissuto, a quanti avvenimenti storici significativi ci siamo persi vivendo in questo periodo. Nei secoli passati, infatti, si sono susseguiti momenti storici indimenticabili e che hanno sicuramente lasciato la loro traccia nella storia contemporanea, influenzando l’intera umanità. Per giorni ho provato a pensare a come avrebbe potuto essere la mia vita se fossi nata in un periodo storico differente. Immagino le mie giornate nelle corti italiane del Cinquecento, in pieno periodo rinascimentale…
Sogno una vita artistica, una vita come manifestazione e rivelazione di un altro mondo, un mondo nuovo. Sogno le feste, le cerimonie, i banchetti e le riunioni di intere famiglie aristocratiche in maestose sale nobiliari, nelle quali si ostentava la ricchezza. Immagino i pomeriggi all’aria aperta negli immensi giardini che contornavano i castelli o le dimore, oppure le serate a teatro in compagnia di nobili e politici. La vita quotidiana era semplice, fatta di piccoli gesti e azioni materiali. Le preoccupazioni erano legate al fabbisogno giornaliero. Gli artigiani trascorrevano lunghe giornate lavorando nelle botteghe. Nelle corti e nei castelli, invece, la vita era ben diversa. Nobili, aristocratici e politici trascorrevano ore a stretto contatto con la ricchezza e la sapienza. Celebravano le feste famigliari e religiose con grande eleganza e leggevano le opere dei più grandi autori. Si studiava e si apprendeva ciò che la vita aveva da offrire, bellezza e cultura. Anche le donne, per la prima volta considerate quasi al pari dell’uomo, erano ritenute degne di ricevere un’educazione esemplare e di partecipare a feste, balli e tornei. Immagino le donne dell’aristocrazia rinascimentale con la loro eleganza e il loro portamento, quello stile di vita che tanto ricerco in film e racconti d’epoca; curavano tutto nei minimi dettagli. Immagino abiti ampi e lussuosi, caratterizzati da particolari in oro e colori sgargianti, gioielli vistosi ed eleganti, capelli biondi ondulati o ben raccolti, trucchi impeccabili e fragranze persistenti, per profumare le vesti, la casa ed il corpo. Sono le donne di corte, le donne ricche, nobili ed eleganti, che sfoggiano la loro importanza in questa vita tanto meravigliosa quanto desiderata e ricercata.
Questa è la mia idea di Rinascimento, il luogo in cui la mia immaginazione mi porta. Io sogno questo, la vita nel ‘500: il Rinascimento.

(Giada Amoruso, 3D)

Natale è tutti i giorni

Un alternarsi di luci mi svegliò. Rosso, blu, verde e bianco. Richiusi gli occhi perché avevo ancora voglia di dormire, ma li riaprii immediatamente perché ricordai: Era natale. Scesi le scale del mio letto a castello e svegliai mio fratello. Corremmo in salotto. Quel susseguirsi di luci intrecciate nell'albero mi abbagliò la vista, non ancora abituata alla luce. Guardammo ai suoi piedi: pacchi di ogni genere, dal più grande al più piccolo, come le chiavi inglesi in un set di riparazione. Gli occhi cominciarono a brillare, non per il riflesso delle luci, ma per quella montagna di regali da far girare la testa. Neanche il tempo di metterli a fuoco tutti, che mio fratello si era già tuffato in quel mare colorato. Volevo farlo anche io ma qualcosa mi bloccava. Le sensazioni di gioia e felicità che provavo erano svanite improvvisamente. Quei regali per i quali mi ero alzato tanto presto non contavano più niente. Una corrente di angosce iniziò ad attraversarmi la mente, una veste di tristezza mi stava avvolgendo. Il mio pensiero era altrove, rivolto a tutte quelle persone che si sarebbero svegliate senza un dono sotto l'albero. A tutti quelli che non avrebbero potuto passare una giornata in compagnia, animata dalle risate e dal calore del camino in fondo alla stanza. A quelle persone dimenticate da tutti e abbandonate a sé stesse. A quelle persone costrette a passare il Natale in una casa di riposo, consolate dalla loro sola presenza. A tutte quelle che non hanno una casa, che vivono per strada e che trovano conforto nei pochi passanti. A tutti quelli che vivono una situazione difficile a causa della perdita di un parente o del posto di lavoro.
Da quella mattina di qualche anno fa sono cambiato. Ho capito il vero significato del Natale, che va oltre il regalo da scartare. Per me Natale è tutti i giorni, perché noi tutti dovremmo ricordarci più spesso di tutte queste tristi situazioni e circostanze. Da quel giorno sono cresciuto.

(Marcello Consigli, 5B)