Cronache dalla Scuola al tempo del Coronavirus

Vogliamo costruire un racconto collettivo di come il mondo della scuola sta vivendo l'emergenza Coronavirus, una sorta di diario a staffetta in cui insegnanti, studenti, genitori, personale Ata e preside si alternano nel racconto di quello che stiamo provando, delle nostre preoccupazioni, delle nostre speranze.
Vorremmo realizzare un documento sul tempo che stiamo vivendo, dove parlare del presente, ma anche di come uscire da questa fase, di come sentiamo che questa esperienza ci sta cambiando, di quello che pensiamo di fare dopo. Crediamo che esprimere quello che sentiamo potrebbe esserci di grande aiuto in questo momento.

Chiunque voglia partecipare può scrivere un breve testo e inviarlo a 
vicepresidenza@ittmarcopolo.edu.it

Verrà pubblicato qui di seguito, all'interno di questo spazio

Il Marco Polo si racconta

Una volta salivo, prendevo posto in bus e quel fiume in piena di persone che attraverso gesti mi raccontavano le loro storie mi trasmetteva un senso di familiarità. Mi sedevo sul seggiolino sinistro della coppia di sedili situati circa alla metà dell’autobus, sul lato sinistro ed estraevo le cuffie dallo zaino. Mettevo su una playlist scombinata che nel caos di più canzoni sapeva capirmi e mi immergevo nei colori di quelle mattinate. Non lo facevo per estraniarmi dal mondo, non l’ho mai fatto. La musica funzionava da sottofondo ed io ci trascrivevo le storie di tanti. Camminavo. Camminavo tra le espressioni dei volti stanchi delle sette di mattina intenti ad imprimere nelle loro menti date su date di eventi storici e mi scappava da ridere e poi mi scappava da sognare. Sogni brevi però, perché la realtà mi richiamava a sé forte come un uragano. Ed allora un’altra faccia, un’altra interrogazione scolastica ed un’altra dose di felicità si aggiungeva al serbatoio consumato della notte precedente, andandolo piano piano a riempire. Mi riedificavo così, pezzo per pezzo, nutrendomi di sorrisi. Poi ho iniziato a cercare la musica con altri intenti. Lei mi serviva per riempire uno spazio che non era più colmato da suoni naturali e per questo uno artificiale, prefabbricato e studiato a tavolino era idoneo a sopperire a questa mancanza, consapevole che il vuoto dentro di me stava trasformandosi in voragine. Ha iniziato a prendere posto nelle mattine in cui mi trovavo sola in casa e nelle notti in bianco in cui al bordo del letto scorgevo la luna rasserenare tutti gli animi tranne che il mio; si è fatta spazio tra i miei capelli arruffati scompigliandoli sino alle radici per scavalcare quel muro sottile e potente che la divideva dall’appropriarsi del luogo in cui tutte le mie preoccupazioni nascevano. Ci stava provando a restituirmi la felicità, ma in poco più di qualche minuto è tornato il buio. I momenti di felicità mi sono apparsi così fragili e sfuggevoli da convincermi che sarebbe stato uno sforzo immane soltanto tentare di raggiungerli. Non serviva la musica, non serviva più. Non importava riempire dove non rimaneva altro che vuoto perché avevo capito che nessun pezzo avrebbe mai potuto combaciare perfettamente con quello mancante: restava in ogni caso qualche angolo incompleto. La musica è ritornata un sottofondo sul quale però non vagavano altro che note lineari, rettilinee ed una confusione significativa è tornata a bagnarmi la mente che nonostante con la musica si abbeverasse, non funzionava più. La notte ha iniziato a costringermi in maniera diversa, senza più premere sulle mie tempie. Il dolore è sceso per la gola ed adesso occupa un altro luogo.
La mattina sul bus non salgo più con il fervore di sempre. Sono alla ricerca del silenzio.
(Giada Coveri, 3D)
 

È ora di cena e la famiglia si riunisce intorno al tavolo con gli occhi rivolti verso la televisione ad
ascoltare i numeri in rialzo o in ribasso e i vari indici RT che il telegiornale trasmette prontamente
ogni giorno. Facciamo due chiacchiere, commentiamo le notizie, una battuta e la cena si conclude.
La famiglia si scioglie. Ognuno va per conto suo. C’è chi rigoverna, chi passa l’aspirapolvere, chi si
mette sul divano per guardare un film…ed io che vado verso camera mia. Tocco l’interruttore e la
luce si adagia sulle pareti e sul pavimento del corridoio. Una luce che mi consola e rassicura. Salgo
le scale ed arrivo davanti camera mia. Entro e mi guardo intorno per assicurarmi che tutto sia al suo
posto, anche se lo so già… è tutto al suo posto. Mi siedo alla scrivania, accendo la lampada ed avvio
il computer.
Mentre aspetto che il PC si accenda ripenso alla giornata passata e rifletto su ciò che ho fatto e su ciò
che avrei potuto fare. Il computer si è acceso ed apro una pagina Word. Ho già in mente come
strutturare il post. Le mani si muovono da sole e ciò che ho in mente lo proietto sullo schermo.
Mi distraggo un attimo. “Domani cosa faremo a lezione? Boh, vedremo” “Interroga o spiega?
Speriamo spieghi”. Torno a fissare attentamente il display ed ho finito il post senza accorgermene.
Incredibile!
Aspetta, ancora no. “Che titolo potrei metterci? Beh, a quello ci penso domani”. Salvo tutto in
chiavetta, la estraggo e spengo il computer.
Ho scritto un’altra pagina del libro astratto che mi racconta.
(Mirco Nelli, 3D)

 

“Cosa non darei per vivere una favola”
Tutti noi da piccoli abbiamo immaginato la nostra vita come principi, principesse, eroi o cavalieri, esattamente come avviene nei famosissimi film Disney, dove tutto è magico e colorato. Abbiamo sognato innumerevoli volte di aprire le porte del nostro castello, trovandovi dentro tutto ciò che avevamo bisogno di trovare: un amico, un tesoro, il nostro personaggio preferito o altro ancora. Io ho sempre ammirato tutto questo e visto il mondo delle favole come un posto sicuro nel quale ripararmi da bambina, magari dopo una bella sgridata dei miei genitori o dopo qualsiasi cosa mi potesse rendere triste. Semplicemente aprivo la porta della mia camera e, soffermandomi sull’uscio, magicamente, tutto cambiava forma: la mia sedia di legno diventava un trono d’orato, sul quale mi sedevo credendo di poter governare il mondo intero; il mio letto, per niente principesco, invece, diventava la culla dei miei sogni, il luogo in cui di notte mi proteggevo, tenendomi al riparo dal buio e da tutto ciò che non fosse magico o luminoso. O ancora i miei peluche, i miei compagni di gioco, che diventavano protagonisti anch’essi di una storia magnifica, nella quale tutto era possibile. Ho sempre creduto che i personaggi Disney ci volessero insegnare qualcosa, in fondo: abbiamo imparato a trovare in un animale il nostro migliore amico, a sperare sempre in un lieto fine e a scappare quando necessario, per ritrovare noi stessi in tutto questo caos. Ad oggi, forse, ho capito perché molti bambini amano tanto questo mondo, cosa significa per loro e cosa significava per me: è il nostro scudo dalla quotidianità, una via di fuga da una realtà troppo reale e in cui, a volte, la pressione diventa troppa. Creiamo la nostra favola, che diventa un mondo nuovo, stacchiamo la spina per un po': le preoccupazioni non esistono più e noi torniamo bambini per un attimo. A tutti serve una pausa ogni tanto, specialmente in un periodo come questo o in una società come la nostra e, forse, un ritorno al passato è la soluzione.
Riapro gli occhi tornando al mondo reale ma sono sempre nella mia stanza, ferma sulla porta, e, osservando l’interno, noto subito che per quanto colorata possa essere, non assomiglia affatto al mio mondo di fantasia.
(Giada Amoruso, 3D)

Quando ti guardo, sorrido.
Mi viene spontaneo. Istintivo.
Anche se sono giù, mi basta immaginarti qui, accanto a me e tutto diventa più luminoso.
È come se nel buio, qualcuno accendesse una luce.
Tu sei quella luce.
Calda, accogliente, unica.
Non ti potrei scambiare con nessuno.
Ti conosco, da quanto? Sarà qualche anno, ormai 3 o forse 4. A dir la verità, ho perso il conto.
All'inizio eri solo un qualcuno in mezzo agli altri.
Stavi nel gruppo, insieme ai ragazzi. Il numero due… eri.
Sia come numero di maglietta, che come persona importante per me.
Non te l'ho mai detto, in realtà non sei mai stato il mio uno. Sei stato il secondo.
Il primo era quel biondino, alto, con gli occhiali. Hai capito chi, no? Quello acido che, nascosto sotto la sua corazza, aveva un animo dolce e gentile.
All'inizio c'era lui vicino a me. Ma poi tu hai sorriso.
Mi hai guardato ed hai sorriso.
È stato un secondo, ma è bastato.
Il biondo si è tirato su gli occhiali e mi ha spinto.
Sapeva che in realtà eri tu quello giusto.
Mi sono avvicinata a te ed ero timida. Tantissimo. Ricordi come diventavo rossa non appena mi salutavi?
È bastato poco per diventare importanti l'uno per l'altro.
Io continuo a vederti in fila, insieme alla tua squadra, e tutte le volte ti saluto con le dita a V, proprio come piace a te.
Altre volte, ti immagino di fianco a me, le tue braccia che mi circondano. Immagino la tua presenza confortante accanto a me.
Ed ogni volta, scrivo le pagine del diario, per ricordarmi di raccontartelo un giorno, il giorno in cui ci incontreremo.
Ma purtroppo si tratta solo di immaginazione.
Non va oltre.
Tu non ci sei qui veramente. Preferisci rimanere di là, con la maglietta della tua squadra.
Mi hai teso più volte la mano, ma non ho mai potuto afferrarla.
Io non posso abbandonare questo posto e tu non puoi fare lo stesso.
Continuiamo a fissarci, senza mai avvicinarci.
Ma sempre quando ti guardo, sorrido.

(Alice Maestrini, 3H)

per le strade
schiarirsi le idee.
a volte basta poco.
controllo nello zaino se le chiavi ci sono.
sembra sempre di dimenticarmi qualcosa.
apro la porta.
esco di fretta come se stessi per perdere il treno.
ma non sto perdendo niente.
il passo veloce, perché andare piano non so, non mi piace forse.
il cielo ha un colore bellissimo.
azzurro acceso come l’avessero dipinto.
auricolari nelle orecchie sempre e comunque.
sembra che la musica che ascolti cambi ciò che ti circonda.
una canzone.
tutto diventa più malinconico.
cambio canzone e tutto è più bello.
per le strade di Firenze tutto cambia a seconda di come guardi.
è tutto arte quello che ti circonda.
Firenze è bella perché la interpreti come vuoi.
e a chi piace guardare il bello
riempie gli occhi
come fosse un quadro a 360 gradi.

(Svetlana Innocenti, 4M)

 Arriva la sera. È tardi, mi addormento ed inizio a sognare
Tutto diventa buio, tutto si fa silenzioso e in un attimo mi ritrovo in un’altra dimensione
Sono in una dimensione fantastica, in una dimensione immaginaria nella quale non so esattamente come sono arrivato, in una dimensione nella quale però sono stato catapultato così… di colpo!
Vi siete mai chiesti cosa sia realmente un sogno? A cosa serva sognare?
I sogni ci riportano in posti conosciuti e poi dimenticati, nei luoghi della nostra città e soprattutto negli angoli più nascosti del nostro cuore.
Sì, è proprio così.
Per me sognare significa proprio avere la possibilità di vivere ancora una volta degli episodi della mia vita, belli o brutti che siano stati. Cioè mi trovo ancora lì a soffrire o a ridere nuovamente.
A volte sogno dei posti sconosciuti e mai visitati o almeno credo e mi chiedo quale significato possano avere per me e se veramente non siano il frutto della mia fantasia.
Credo, infatti, che sia proprio la nostra immaginazione a portarci solo dove vuole lei proprio per trasmetterci un messaggio preciso, un’interpretazione del sogno che cambia da persona a persona.
Non so se i sogni degli adulti siano diversi o uguali rispetto a quelli di noi ragazzi, ma sicuramente ci mostrano le nostre paure, le nostre ansie, le nostre fantasie e le nostre speranze.
Nonostante tutta questa incertezza, sono certo che sognare può mostrarci qualcosa in più della nostra personalità.
È così che il nostro cervello si mette in azione ogni notte e, attraverso immagini più o meno chiare, ci mostra un mondo diverso che solo a volte abbiamo l’occasione di ricordare.

Sono le 8 del mattino
Mi sono appena svegliato
Ho fatto un sogno davvero molto strano. Mi è sembrato di essermi messo a scrivere qualcosa sui sogni, qualcosa sull’immaginazione di ognuno di noi
Boh, davvero molto strano!
Meglio se vado a fare colazione, altrimenti il latte diventa freddo.

(Niccolò Brunori, 3D)