Il Marco Polo si racconta

La storia che potevamo, ma non abbiamo saputo vivere

Una sera d’agosto ci scambiammo un brindisi sulla riva di Watamu in Africa, continuando a guardarci anche una volta esaurito l’alcool sul fondo dei nostri bicchieri. Iniziammo a parlare, frequentarci e decidemmo di andare a convivere la notte stessa. In una sera costruimmo un’intera vita insieme.
Eri diverso dagli altri là fuori e mi piacevi proprio per questo.
Eri la mia pioggia quando non riuscivo a coprirmi dal sole ed il mio sole quando l’acqua della pioggia mi consumava dentro. Sapevi farmi arrossire per i modi profondi in cui mi guardavi e con le labbra sussurravi parole anche con il tuo semplice sorridere. Avevi gli occhi fatti d’amore, del colore del deserto e ti prestavi a farmici navigare e perdere nella magia dei tuoi granelli di vita. Un giorno mi raccontasti addirittura delle tue immisurabili paure, di come continuamente tentassi di annullarle attraverso quel volto sereno che preparavi ogni mattina da mostrare alla gente, che in realtà non andava a costruire altro che una copia di colore più sbiadito rispetto ai sentimenti che albergavano il tuo intimo. Ho provato ad entrarci, a combattere con le tue ansie e le tue paure affinché prima o poi potessi ascoltare la tua voce gridare e cantare di sola felicità, ma non me l’hai permesso, non mi hai mai reso possibile fare del tuo caos di colori un dipinto. I tuoi sguardi continuavano a parlare senza che quelle parole mi attraversassero, perché io oramai per te non ero pioggia e non ero sole. Ero soltanto la tua tempesta. Hai preferito farti curare le ferite da bende infette, occhi sconosciuti e fatui sorrisi e del mio sapore non ne hai voluto più sapere. La mia vita è diventata come una torta in cui a mancare era un ingrediente fondamentale.
Eri la mia scorza d’arancia quando non riuscivo a sfuggire dall’amaro della vita ed il mio succo di limone quando mi serviva smorzare il sapore del giorno. Ora che non vivi la mia casa, io sono viva solo per metà.

(Giada Coveri, 3D)

Note che raccontano di noi

Non siamo noi ad ascoltarla, è lei ad ascoltare noi. È quella perfetta e lo capiamo subito, dalla prima nota, dalla prima parola e dalla prima emozione che questa suscita in noi. Spesso la associamo ad un sentimento o addirittura ad un periodo della nostra vita: “questa mi ricorda l’estate, mi ha tormentata per tre lunghi mesi, ma ogni volta è bella come se fosse la prima”, o ancora “la conosco questa, mi fa tornare in mente un sacco di momenti passati”. Ricordi, amicizie, esperienze, è tutto legato a lei. È semplice, ma indispensabile e ci accompagna da quando siamo nati. Sembra strano ma sappiamo sempre qual è quella giusta e perfetta per il momento, per ricordarsi di un’esperienza e renderla eterna o per condividere qualcosa sulle storie di Instagram. Sia che ci si senta felici, innamorati e spensierati, o ancora tristi, delusi e isolati, lei è con noi: è un riparo sicuro e un luogo perfetto in cui nascondersi, è la nostra seconda casa. Alziamo il volume e ci lasciamo travolgere completamente, è lei la protagonista in questo momento. Sovrasta tutto il resto, il bene ed il male, creando una barriera intorno a noi, con la quale ci avvolge facendoci entrare nel vivo dell’emozione. Forse ci aiuta anche a ritrovare noi stessi, noi che siamo capaci di immedesimarci in quelle stesse parole che la compongono e di sentire ogni singola emozione, come se lei fosse l’unica in grado di comprenderci veramente. Spesso influenza anche il nostro vero “io”, il nostro modo di esprimerci e di mostrarci agli altri. È capace di parlare in tutte le lingue e in tutti i sentimenti, ma con la forza, la carica e l’impatto che solo lei ha sulle persone, rallegrando ogni giornata e ogni stato d’animo. È personale ed unica, perché ognuno ha la sua, ma in qualche modo riesce ad unirci tutti, a farci diventare parte di un qualcosa insieme.
È lei, è la musica.

(Giada Amoruso, 3D)

Una lettera che non leggerai mai

Mi hai lasciato solo il silenzio. Credimi è la cosa che odio di più.
Non so cosa pensi, se mi pensi, cosa provi, cosa fai, con chi sei.
Sai, non lo capisco; vorrei essere forte come te, infischiarmene o forse far almeno finta che non mi interessi; vorrei riuscire a sorridere veramente, a non parlare di te a mamma o alle amiche, vorrei essere forte come lo sei tu.
Ti scrivo anche se so queste parole non ti arriveranno mai, come tutte le parole che non ti ho mai detto, che custodisco tra le mie corde vocali, le farfalle che nascondo nel mio stomaco e le lacrime che trattengo quando litighiamo.
Ti scrivo perché forse non sarò mai in grado di parlarti a cuore aperto. Mi hanno ferita e non voglio stare di nuovo male.
Ti scrivo perché forse non ho il coraggio di parlarti e di dirti ciò che provo.
Sai, oggi ti ho visto; eri così bello, sereno… Come lo sei sempre. Eri in mezzo a tante persone, eri a tuo agio, mi hai guardata e allo stesso tempo ignorata. Ennesima volta, silenzio. Abbiamo, o meglio hai, un’altra volta fatto finta di niente, hai fatto finta di non vedere, non sapere. Ognuno è tornato alla sua vita, ci siamo assentati in quel millesimo di secondo in cui i nostri sguardi si sono incrociati e poi, casino. Siamo tornati a giocare a pallone, fumare una sigaretta, ridere e scherzare con gli amici.
Vorrei riuscire a parlare con te e non più di te, ma mi hai lasciato il silenzio… allora scrivo.

(Yasmine Atil, 5D)

eco.

ciò che semini raccogli.
bruci il filo con un accendino
mi dici che è bella la carta che ho usato
un bacio sulla fronte
sei felice
si vede
lo sono pure io
adesso dovrò comprarlo un giradischi
mi dici
i vinili sono qualcosa di magico
come la musica incisa in quello che ti ho regalato
un giorno ce lo ascolteremo
nella tua nuova casa
la nostra foto sul muro
in mezzo ai ritagli dei libri di storia dell’arte
e design
ti ricordi?
come fai ad avere questa positività
mi chiedevi
come fai ad essere così con le persone?
e adesso sei qui che cammini per il centro
parlandomi di quanto sei felice
e di quanto tu riesca a vedere il bello nelle cose
mi piace
come parli adesso
delle cose
mi piace pensare
a quando te ne parlavo io
e tu mi chiedevi come facessi
che questo pianeta non è un bel posto
e che non c’era troppo spazio per quelle come me
che non si può dare così tanto di noi
io ti ascoltavo si
ma facevo finta di nulla
tutto quello che potevo darti
ho voluto dartelo
non so
vorrei dire per merito
ma non so realmente perché lo facessi
e perché continuo a farlo
e probabilmente continuerò
ma adesso mi accarezza
le orecchie
di tutto quello che ho fatto
l’eco.

(Svetlana Innocenti, 4M)

Idem

Più volte nel corso di una giornata involontariamente mi capita di soffermarmi su quelle piccolezze che contornano i movimenti che normalmente ognuno di noi compie e, scioccamente, mi ci incastro da capo a piedi. Non lo reputo un problema questo, anzi, mi piace navigare tra le sfumature della formazione di persone che hanno un passato diverso dal mio e che, per forza di cose, sono cresciuti in una maniera differente, ma troppo spesso con quello che capto attraverso i miei occhi curiosi mi ci vesto, mi ci insinuo a tal punto da riuscire a cucirmi addosso le stesse loro paure, i soliti loro timori e faccio delle loro emozioni il mio maglione colorato. A volte è divertente: perdersi tra il giallo sole delle loro risate e l’arancio acceso dei loro sorrisi mi dà modo di nutrirmi della loro felicità e di quella ilarità ne faccio tesoro portandola in tasca nel corso della giornata. Esistono poi anche i momenti in cui, invece, l’affinità tra me ed il soggetto squadrato mi porta a precipitare nella profondità dei suoi pensieri blu cobalto e delle altrui paure nero pece che mi rimangono incollate addosso come burro fuso. Questa doppia colazione a base di prodotti diversi mi invita anche a scoprire quale sia stato il sapore idoneo a far scaturire tale situazione psicologica, la quale diventa mia anche quando non l’ho mai percepita. Così inizio ad accessoriare il mio corpo con quella forza e quelle fragilità altrui che mi permettono di indossare i capi più svariati, andando a tingermi di qualsiasi colore pur di comprendere il sentimento dell’altra persona, al fine di trasformarmi nel supporto adatto a sostenerlo in ogni sua decisione, nella parola giusta al momento del bisogno oppure nel comportamento più adatto a restituirgli la serenità. Da ogni movimento traggo una storia, inclusiva di inizio, svolgimento, conclusione ed alle volte anche commento, tessendomi nella trama di chiunque pur di essere quella qualunque cosa che possa fare al caso loro. Poi finisco col costruirci castelli di carta, ma quella è un’altra storia!

(Giada Coveri, 3D)

Mai

Mi guardo e mi piaccio
Mi guardo e sono fiera di me
Mi guardi e dici: ma io come faccio?
Ti guardo e ti dico: fidati di me.

Non dare voce a quelle voci nella tua testa
Non dare importanza alle chiacchiere che senti in giro
Esprimi ciò che dentro di te è luce e tempesta
E concentrati un istante sul tuo respiro

Credi in quello che sei e in ciò che fai
Non credere a chi ti dice che sei sbagliato
Non aver paura mai

Spesso con le parole ti hanno ferito
E adesso che è appena cominciata, cosa farai?
Fortunatamente dalle persone vicine a te, sarai sempre accudito e solo non sarai mai

(Yasmine Atil, 5D)
 

Gara ad ostacoli

Erano appena finite le scuole medie, ed io avevo superato i miei esami. Molto soddisfatto!
Avevo davanti a me un’intera estate spensierata, senza compiti, di puro divertimento, ma solo un quesito mi affliggeva… come sarebbero state le Superiori?
Passai le vacanze con un unico tarlo, questo pensiero.
Inizialmente non gli davo tanto peso, ma più si avvicinava settembre e più il tarlo si faceva sentire.
*Driiinn* Eccola la sveglia. Ore 6.30. Era arrivato il momento fatidico dell’amaro risveglio del primo giorno di superiori. Gli occhi non avevano alcuna voglia di aprirsi, ormai disabituati a quell’orario. Di corsa mi vestii e mi diedi una rinfrescata. Mia mamma, in macchina, mi accompagnò fino al cancello della scuola. Lei era più emozionata di me e con eccitazione mi diede un bacio e mi guardò varcare il cancello.
Di là dal cancello, davanti a me, si presentava un percorso lunghissimo, cinque anni se tutto filava liscio, come fosse una gara ad ostacoli, al termine della quale sarei stato premiato.
Le gambe tremavano, sentivo i battiti del cuore accelerare e le mani sudaticce… eccolo il mio amico… finalmente… con lui ci unimmo allo sconosciuto gruppo che componeva la nostra classe. Imbarazzato mi presentai e da quel momento ebbe inizio la mia nuova esperienza.
Oggi posso dire di essere stato fortunato; con i compagni mi trovo benissimo e con alcuni di loro è nata un’amicizia profonda. Con loro sono maturato ed è lontano ormai quel Mirco che alle scuole medie se non raggiungeva ciò che si era imposto, crollava emotivamente non facendo una gran bella figura davanti ai compagni.
Con la mia classe ho sempre cercato di aprirmi di più, seguendo la filosofia di pensiero “come va, va”. E se prima avevo paura di esprimere le mie idee per il timore di essere criticato, adesso non è più così, anche perché esprimere le proprie idee non è sbagliato, anzi è un modo per farsi conoscere dagli altri.
Mi sono anche reso conto che i professori sono esseri umani come noi; che anche loro sono stati adolescenti e che quindi capiscono le nostre sfaccettature adolescenziali. Sono sempre pronti a porgerci la loro mano quando ci troviamo in difficoltà. Il rapporto con loro è diverso da quello che avevo con i prof delle medie. Lo sento un po' più alla pari.
Inutile dire che della scuola precedente al Covid sento molto la mancanza. Questa DAD sta iniziando a stufarmi, dal momento che da più di un anno non riesco ad interagire appieno con professori e compagni. Mi mancano le chiacchierate durante la ricreazione… in DAD per fare ricreazione si sta alla scrivania, sul divano o sul letto a girarsi i pollici. È proprio quell’atmosfera che mi manca, le voci, il via vai nei corridoi, porte che si aprano e si chiudono, le code in bagno. Non vedo l’ora di poter tornare a prendere il bus per arrivare a scuola, senza paura del contagio, senza mascherina, senza gel igienizzante.
Rivoglio la mia gara ad ostacoli per poterli affrontare, superare ed essere premiato!

(Mirco Nelli, 3D)