Il Marco Polo si racconta

Caro 2021...

Quest'anno, invece di scrivere a Babbo Natale come faccio ogni anno coi miei fratellini, scrivo a te...
Lo sapevi che fra tutti gli anni, tu sei quello che noi aspettiamo con più ansia? Molte persone che conosco mi hanno detto che non vedono l'ora di salutarti, di abbracciarti e darti il benvenuto.
Persino io. Ed è una strana sensazione perché ho sempre considerato Capodanno come un promemoria che mi sussurrava: “Guarda, il tempo passa. Stai crescendo.”
Questa volta, invece, è diverso. Non dico che questa mia idea sia sparita completamente, ma passa in secondo piano, nascosta dalla voglia di conoscerti, 2021. Come ti senti ad essere l'eccezione?
Ma ciò che volevo dirti non è solo questo...
Come saprai, il 2020 è stato un anno orribile e nel nostro profondo tutti speriamo che con il tuo arrivo si concludano questi giorni d'inferno e che ne arrivino altri pieni di gioia. Eppure, anche se sono felice di vederti, il mio essere pessimista mi fa affiorare dei dubbi. Chi mi promette che sarà così? Non possiamo sapere cosa ci riserva il futuro, possiamo solo pregare che quello che vogliamo accada... ma se questo nostro desiderio non si realizzasse? Se nel 2021 non cambiasse nulla? Non voglio rivivere un altro 2020, quindi per favore, promettimi, promettici che sarai un anno di ripresa, un anno di rinascita per tutti noi. Ti chiedo solo questo... diventa tu Babbo Natale e come regalo porta a tutti un anno sereno e tranquillo, in cui non dobbiamo preoccuparci di un virus mortale, possiamo uscire e stare con gli amici.
Con affetto.

(Alice Maestrini, 3H)

Non so che fare

Recentemente non so cosa scrivere.
Non so cosa dire.
Questo dovrebbe essere uno spazio dove la gente scrive quello che vuole, ma a me non viene in mente nessuna idea. È come se il mio cervello fosse vuoto o spento.
Forse è perché scrivere per me è una cosa nuova e devo ancora abituarmici.
Prima di buttare giù questo articolo sono stata letteralmente 3 ore a pensare a cosa e come scriverlo e sono quasi andata nel panico quando le idee non mi sgorgavano dalla testa.
Prima facevo fumetti; quando mi veniva qualcosa in mente in qualche modo riuscivo a disegnarla (anche perché riuscivo meglio a esprimermi).
Con la scrittura è un’altra cosa, per me è più difficile che illustrare un’idea o un pensiero su un pezzo di carta, infatti porto un grande rispetto per quelle persone che riescono a scrivere poemi filosofici quando devono parlare di un certo argomento.
Sembra una sciocchezza quella del “blocco dello scrittore”, ma quando mi viene ce l’ho molto con me stessa: la mia ansia viaggia a mille, così come le mie paranoie.

“Davvero non riesci neanche a fare questo? Sei più deludente di quel che pensassi”

“Lo sai che se non riesci a scrivere adesso non andrai da nessuna parte nella tua vita?”

“Stai fallendo pure in questa idiozia, come pensi di essere felice?”

Questi sono alcuni dei miei pensieri che mi viaggiano per la testa e che sono riuscita a scrivere.
Però riesco a consolarmi con il fatto che non sono la sola, anche altri miei “colleghi” hanno vissuto la stessa esperienza, può succedere a chi scrive.
Anche ai più grandi scrittori della storia ad un certo punto sarà venuto il blocco dello scrittore.
Tutto questo può provare a insegnarmi di andarci un po’ più piano con me stessa e che in questo mondo nessuno è perfetto e tutti possiamo avere delle “crisi” come questa o fare errori.

(Ilaria Pesciullesi, 4C)

 

AL MIO, AL TUO, AL NOSTRO IMPEGNO

“L’italiano, sì, il ciarlatano con la faccia tosta che porta a spasso il cane gesticolando a destra e a manca.” “Sì, quello che si caccia in qualche guaio ogni volta che apre la bocca e, per questo, ha sicuramente a che fare con la mafia.” “Oh non ti dimenticare che è anche quello che racimola lo stipendio secondo tattiche sconosciute, perché purtroppo il lavoro non sa minimamente cosa sia.” “E sulla questione del tipico latin lover italiano non si esprime nessuno?!”
Mettiamo piede fuori casa e il nostro essere italiani viene subito affiancato a pratiche, caratteristiche e modi di fare che, agli occhi di chi non “abita” il contesto italiano, appaiono squalificanti e poco degni di ammirazione, a volte spinti da una necessità precisa, altre volte privi di senso, ma pur sempre “italiani”.
Veniamo definiti italiani ma, in realtà, cos’è che siamo?
Siamo quelli che si sporcano a tavola mangiando la pasta al sugo perché ciò è tradizione; quelli orgogliosi del proprio patrimonio artistico che deve essere valorizzato in ogni modo e tramite qualsiasi strumento, così da oltrepassare il confine dell’ignoto e rendere consapevole il mondo della bellezza che ci circonda; siamo quelli che le vacanze al mare le devono vivere a pieno, tuffandosi nelle avventure, divertendosi, scoprendo ogni giorno fin dove si è disposti ad arrivare; quelli che “se tu hai bussato alla mia porta da adesso sei di casa” e gli stessi che, se ti incontrano per strada e sentono di conoscerti, non esitano a scambiare due parole con te, rendendoti partecipe della loro vita. Siamo anche quelli che vivono in perenne agitazione per l’avvenire ma che allo stesso tempo si ingegnano per trovare un possibile rimedio a tutto, e lo fanno per il bene comune, non per difendere il proprio io e siamo poi quelli fieri della discendenza dai romani, il popolo forte, il popolo dell’Impero, ma anche quelli che, sorridendo, sostengono che il Molise non esista, quando in realtà esso è il risultato di tutto ciò che la nostra penisola, nel corso dei secoli, si è guadagnata.
Cosa siamo, dunque, noi italiani?
Niente, niente o forse tutto. Tutto perché non ci manca niente e niente perché non possediamo tutto, ma è forte in noi la consapevolezza di essere unici e di appartenere ad un insieme che non è comparabile a nessun altro, perché originale e nelle sue particolarità diverso da tutti.
Guardare con occhi diversi le percettibili realtà rende saggio il mondo, sforziamoci allora di non lasciare che tutto rispetti uno schema preciso e lineare, che esista una traccia che riconduca il singolo alle caratteristiche di un’unità, ma rendiamo possibile, sotto quest’aspetto, un reale cambiamento. Le diversità sono presenti in tutto il mondo e toccano ognuno di noi ogni giorno, cogliamo allora queste caratteristiche che ci differenziano dagli altri e trasformiamole in qualità che possano riuscire, in un futuro, a rendere il mondo un posto migliore.
Al mio, al tuo, al nostro essere italiani: abbiamo tutte le carte in regola, dobbiamo soltanto inserirci nel gioco.

(Giada Coveri, 3D) 

 

Dal divertimento al rischio è un attimo

Sono arrivato al termine di un’altra giornata. “Adesso posso rilassarmi”. “Penso che navigherò un po’ sul telefono”. Oramai lo svago principale di noi adolescenti è quello. Esistono una quantità impensabile di social che ogni giorno visitiamo, piattaforme sulle quali circolano notizie d’attualità, bufale, comicità, ma purtroppo alcune volte ci si imbatte anche nel lato “dark” del Web… video di stupri, omicidi, torture, video che incitano al bullismo e all’odio. Tutto viene pubblicato per avere i follower…i “like” che sono diventati veri e propri simboli di riconoscimento sociali.
In rete arriva la moda dei selfie killer come quelli di rimanere fino all’ultimo secondo sui binari mentre sta arrivando il treno oppure sporsi troppo di fronte a scarpate a strapiombo nel vuoto. Molti ragazzi hanno perso la vita per questo.
Quello che più mi intimorisce, però, sono le “challenge”. Dovrebbero essere delle gare sportive in cui si assegna un premio. La generazione di oggi, invece, ritiene queste gare o come una sfida per far vedere chi è il più forte, chi è più ganzo, chi è più coraggioso. Penso che le challenge di oggi siano tutt’altro che sportive, con premi che molto spesso si rivelano essere la morte. Si filma tutto e lo si lancia in rete per avere i “like”.
Una tra le prime entrate in circolazione è stata la “pizza challenge” che consisteva nello scegliere alimenti a caso da trascrivere su dei bigliettini e l’ingrediente pescato andava aggiunto alla pizza che poi doveva essere mangiata. Quindi stramba ma al tempo stesso divertente da provare con gli amici. Ma poi succede che può salire la smania dei like. Se ne vogliano sempre di più e il tiro allora si alza. In che modo? Facendo cose folli, pericolose. Pensando che se torturo una persona o la bullizzo e rendo tutto pubblico divento conosciuto e seguito.
Una tra le più estreme è stata la “Blue whale challenge”: per vincere devi morire; l’ideatore aveva elaborato 50 sfide da svolgere in 50 giorni, ed ogni sfida richiedeva prove sempre più forti come il non dormire o l’autolesionismo. L’ultima sfida, però, era quella fatale, la prova che datava il giorno della morte: salire in cima ad un palazzo e lasciarsi andare mentre si era ripresi al telefono da una seconda persona. Tutto questo andava a finire nelle mani del curatore. Una cosa alquanto macabra.
Ciò può sembrare folle immaginazione, ma per alcuni ragazzi è stata pura realtà.
Come è possibile che tutto ciò accada nel 2020?
Ragazzi facciamo attenzione, teniamoci stretto il nostro amato telefonino, ma dobbiamo essere maturi abbastanza per mettere i like sulle cose davvero belle della vita e denunciare qualsiasi cosa ci sembri strana o non regolare.

(Mirco Nelli, 3D)
 

L'ho incontrata che era giorno, l'ho amata che era notte

L'ho tenuta per mano in duomo, a Milano. Faceva freddo, era ottobre, calava il buio presto. Mi sono sbalordita, quando ha accettato la mia stretta, mi aspettavo un rifiuto. Non facevamo niente di particolare. Osservavamo il duomo, in silenzio. Ci stringevamo la mano e ci meravigliamo della bellezza, dello stile gotico, della gente. Le ho raccontato di quella volta in cui la odiai, perché mi fece del male. Precisamente, mi tagliò. Senza volerlo, mi portò a sanguinare fino a portarmi in ospedale. Non la volli lasciare ma la odiai. Forte. Mi resi conto di non aver mai odiato nessuno così ma di non aver mai nemmeno amato nessuno in quel modo.
Mi costrinse a dire che l'avevamo fatto insieme. Tutto combaciava, perché poi ci siamo baciate, ci siamo amate. E ci è voluto tanto tempo. Abbiamo lasciato una parte di noi sotto i nostri corrispondenti cuscini, per poter poi, tornare l'una dall'altra e non perderci più.
L'ho incontrata che era giorno, l'ho amata che era notte. Di fronte a uno specchio, sole. La guardavo e la vedevo debole, vulnerabile, però poi era salva. Era con me. Sana. E mi allungava la mano nello specchio, l'avremmo superata insieme. Era notte. Ero io. Ero sempre stata io. Amarsi, prima di amare gli altri. Sempre.
Mi sono accorta di quante persone si guardino e si odino. Ragazzi, ragazze, ragazze che si sentono ragazzi e viceversa. Prendersi per mano in duomo, a Milano e iniziare da lì. Accettarsi prima da soli e iniziare il cammino per Milano, verso l'amarsi. Sempre iniziare da sé stessi. Gli altri, si fottano.

(Bianca Cernuto, 5H) 

Apologia del sentirsi vivi

Camminavo, ieri sera, tra le vie della periferia di Firenze. Musica nelle orecchie e finalmente nessuna preoccupazione nella testa. Sotto la mascherina sorridevo, felicità pura, pensando a quanto è meravigliosamente assurdo come uscire fuori e passeggiare possa stravolgermi totalmente, come dopo pochi passi già riesca ad avvertire un cambiamento repentino del mio umore, di me stessa in generale. Dicono che camminare schiarisca le idee: è così. Per mia mamma lo è camminare nei boschi e non vedere altro che natura dappertutto, solo alberi, sassi e foglie, niente e nessun altro. Per me, invece, è passeggiare per la città, la mia Firenze; camminare e basta per le strade, vedendo le persone, le luci, i negozi, la vita. Perché è bello, la gente è tanto bella ed affascinante: siete affascinanti, le vostre vite lo sono, il fatto che siete qui insieme a me su questa terra e che siamo vivi, che siamo e basta. Noi ci siamo, wow! è sconvolgente, fenomenale, fermiamoci a pensarci un attimo; non lo facciamo tanto spesso. Ma quando ci ricapiterà di esserci ed essere vivi? Io voglio vivere tanto, tantissimo, voglio vivere ogni giorno della mia vita, ma non solo: voglio sentirmi viva. Vorrei poter star fuori per sempre, camminare per sempre; non sento neanche dolore ai piedi, non voglio neanche mangiare, bere, dormire, non lo sento il freddo e il vento di dicembre e le mani congelate, voglio solo non fermarmi mai, andando sempre avanti e mai indietro. A cosa mi serve un luogo a cui tornare quando adesso, in questo momento, percepisco così intensamente tutta questa vita, assorbo l'essenza vitale della gente, i loro sorrisi, le loro espressioni, le loro voci, i loro gesti diventano i miei, mentre ci fondiamo in un inimitabile agglomerato: l'umanità che popola il mondo. Forse è proprio questa la differenza fondamentale tra me e mia mamma; a me piace camminare per la città perché credo nelle persone e voglio vederle. Forse lei non le vuole vedere perché non ci crede più, ne ha viste tante. Io, però, sono giovane, io non ho visto niente, proprio niente, assolutamente niente. E vorrei poter avere tutto il tempo del mondo per viaggiare, vedere, amare, sentirmi giovane, sentirmi viva e vivere… vivere… vivere. Solo al pensiero scoppia tutto dentro di me: centomila fuochi d'artificio (alla voce “sentirsi vivo” nel mio vocabolario personale troverete proprio questa definizione!). Mi chiedo, quindi, come faccia la gente ad abituarsi, ad essere così intorpidita ed addormentata da non accorgersi che sentirsi vivo e vivere sono due cose ben distinte e che la prima non è un privilegio riservato solo ad una manciata di giorni dove sentirsi felici sembra essere una colpa, come può esserlo una sensazione così fluorescente, effervescente? Se accontentarsi è segno di umiltà allora mi dispiace ma voglio essere pretenziosa, sentirmi viva ed essere felice ogni singolo giorno della mia vita e sono arrivata alla conclusione che non è, non può e non dovrebbe essere, né un merito né una follia.

(Gaia Pisanello, 3M)

Natale 2020

Questo Natale non sarà come tutti gli altri: quest’anno le persone non faranno le corse per comprare di tutto dai panettoni ai regali, non si potranno fare i grandi cenoni in casa e le nonne impazziranno perché non potranno fare da mangiare per due eserciti.
È vero, questo Natale lo passeremo stando chiusi in casa, ma possiamo tirare fuori una bella riflessione da questo periodo.
Ormai abbiamo perso quello che era lo spirito del Natale, le persone consideravano solo il lato “consumista” del Natale, i regali e i grandi cenoni con tutta la famiglia.
Il fatto che siamo in questa situazione difficile potrebbe invitarci a fare una riflessione su quello che rappresentava il Natale al di là della celebrazione religiosa; era un periodo durante il quale le persone si riunivano e passavano del tempo insieme, sia che fossero in famiglia sia che fossero fra amici.
Dovrebbe essere un momento di felicità e di condivisione, invece spesso veniva utilizzato solo come momento in cui dare libero sfogo alla voglia di shopping e acquistare qualsiasi cosa pur di farsi i regali.
Ora che non si possono più vedere i nostri amici e i nostri cari, adesso forse ci renderemo conto di quello che è veramente il Natale, ci mancheranno i pranzi che fino all’anno scorso ci sembravano infiniti, noiosi e pesanti e ci ritroveremo da soli a scartare i regali.
È proprio vero che riusciamo ad apprezzare qualcosa solo quando non ce l’abbiamo più.

(Ilaria Pesciullesi, 4C)