Il Marco Polo si racconta

È cresciuto da solo

È cresciuto da solo.
Ha imparato a difendersi, con le parole o con la forza. È stato costretto persino ad impugnare un'arma.
È cresciuto da solo.
Nessuno di quelli che lo circondavano erano interessati a lui. Si rompeva sotto i loro occhi, il suo cuore si sbriciolava in mille pezzi... e nessuno era lì a soccorrerlo.
È cresciuto da solo.
Incubi. La notte era un continuo incubo. Il suo passato, i ricordi d’infanzia, di ciò che è dovuto diventare per sopravvivere... Tutto lo tormentava e non lo faceva dormire.
È cresciuto da solo.
17 anni, quasi 18. Quasi maggiorenne e non si fidava di nessuno.

E poi una luce.
Un ragazzo semplice, innocente, certe volte anche un po' tonto.
Un ragazzo dall'animo buono.
Si è avvicinato, ha preso i cocci del suo cuore e si è messo lì a ricucirli. E non ha voluto niente in cambio.
Lo ha aiutato e basta. Ha teso la sua mano e ha aspettato pazientemente che lui la stringesse.
Gli è rimasto accanto, non per il suo corpo, non perché voleva essere protetto, non per i soldi che quel ragazzo avrebbe potuto avere...
Gli è rimasto accanto perché desiderava salvarlo, proteggerlo da sé stesso.
È cresciuto da solo...?
No. È rimasto un bambino. Un bambino che aveva bisogno di qualcuno.
Di un amico.
L'amicizia, quella vera. Quella disinteressata.
Eiji non voleva nulla da Ash e Ash non ha dovuto dare qualcosa ad Eiji.
Si sono solo incontrati e presi per mano, si sono dati forza a vicenda e hanno affrontato i problemi che si sono presentati. Hanno scherzato e festeggiato insieme, qualche volta hanno litigato e poi fatto la pace...
Hanno fatto amicizia.
Entrambi hanno trovato un vero amico, una di quelle persone che ti porta solo felicità e ti sta accanto sempre, senza volere nulla da te.

(Alice Maestrini, 3H)
 

27 gennaio (1945)

“Cara Annelies, è passato tanto tempo dall’ultima lettera che mi hai inviato. Ricordo ancora di quando mi raccontavi le tue giornate, alle quali tenevi testa nonostante tutto, e di quando mi scrivevi della vita che tanto desideravi avere in futuro. Scrivi ancora sul tuo diario? Spero vivamente di si, hai un talento innato per la scrittura. Come stanno gli altri? Le giornate passate a lavorare, leggere, scrivere, aspettare e temere il peggio sono ancora così lunghe? Non oso immaginare cosa tu abbia provato e stia provando. La mancanza di umanità è incredibile ed il ricordo dei tuoi racconti è indelebile: il viaggio in treno, le separazioni, le selezioni e l’arrivo in quell’inferno terrestre. Mi piacerebbe tanto vederti, speriamo di incontrarci presto.”
“Anne, come stai? Sono trascorsi mesi dalla mia lettera ma non ho ancora ricevuto risposta, spero non sia successo niente di grave. Immagino che la vita lì dentro sia molto dura, faticosa e al di fuori dell’immaginabile, anche peggio di ciò che si crede in giro. Mi manca leggere le tue parole, aspetto tue notizie.”
“Ciao Anne, per l’ultima volta. Ora so perché non mi scrivevi più, ora so perché non ho ricevuto più tue notizie. Conserverò le tue lettere e continuerò a pensarti fino a che ne sarò capace, anche se tu non leggerai mai niente di tutto questo… Conserverò il tuo ricordo, farò sentire la tua voce e porterò la luce in quei campi bui. Diffonderò il tuo messaggio e farò in modo che tutti conoscano la tua storia, lo farò per te. È tutto ciò che hai sempre voluto. Hai smesso di scrivere, hai smesso di sorridere e la tua luce è stata spenta, così come la speranza di libertà e di costruire la vita che hai sempre desiderato. Non riesco a credere che questo sia accaduto proprio a te, alla mia amica, una ragazza dolce, pura e gentile, ma purtroppo “diversa” dal modo in cui ci vogliono. Per me non sei così come ti hanno descritta, non sei diversa. Non sei riuscita a resistere a lungo, ti hanno strappata al mondo troppo presto. Ancora qualche mese e saresti stata capace di incontrare la vita, quella vera: il 27 gennaio hanno liberato tutti, ci credi? Tu potevi essere tra questi, hanno aperto i campi e portato alla luce un segreto rimasto sepolto troppo a lungo. Il 27 gennaio non è un giorno come un altro, ma un giorno da ricordare tutti i giorni, perché ciò che è successo non può e non deve essere dimenticato. È disumano, e lo è anche il fatto che in pochi siano capaci di raccontarlo. Dobbiamo fare in modo che tutto questo non ricapiti, che nessun altro sia costretto a subire la “normalità” che avete subito tu e tanti altri insieme a te, donne, uomini, anziani e bambini senza distinzioni. Sarete ricordati, tutti voi. Per colpa di quegli uomini molti hanno perso i genitori o i parenti. Per colpa di quegli uomini tedeschi io ho perso la mia amica, non riesco a crederci. Mi manchi così tanto e mi mancherai sempre. Ricordo di quando mi raccontasti la storia che si diffondeva tra le persone nel campo e che alleggeriva la tensione: una farfalla gialla che volava oltre le recinzioni di filo spinato, che raggiungeva la libertà. Questa mattina ne ho vista una e allora ho capito, eri tu.”
(Giada Amoruso, 3D)
 

Vent’anni

Hai compiuto vent’anni. Ce l’hai fatta, hai compiuto vent’anni. Potrò dirtelo, il 10 di giugno, quando li compirai. Hai vissuto vent’anni della tua vita nonostante avresti potuto congedartici a 13. Invece hai superato la soglia, sei andata al di sopra delle tue aspettative, come hai sempre fatto e sempre ti sei stupita di te stessa. Vent’anni. Senza papà, senza nonno, senza fidanzato. Primo compleanno senza papà, ce la farai? È un grande peso. Ma hai ottenuto tanto, hai dato tanto. Hai sempre paura di dormire sola? Hai sempre paura di camminare per strada e vederlo, ma non c’è?
Sono fiera di te, te l’ho mai detto? Forse no, ti ho sminuita tanto ma ti sei sempre saputa adattare, anche quando la tua testa girava forte. Ti ho sminuita contrattaccando il tuo dolore, arrecandotene di fisico, fino a farti sanguinare. Negli anni ti sei concentrata, anche se la concentrazione non è il tuo forte. Vent’anni, ci rendiamo conto? Con i tuoi gatti, i tuoi libri, i tuoi fogli pieni di parole che diresti al mondo intero e ti sei tenuta per te. Il tuo pianoforte, che hai deciso rimanesse in silenzio mentre tutto ciò che voleva era essere suonato. La tua paura di perdere Leonardo, che la mamma restasse sola, che quel pianoforte venisse suonato ancora, che i fogli restassero bianchi. Stai andando avanti, avanti… dove non ne hai idea, ma non importa. Ti svegli, ti alzi, ti lavi e ti vesti e questo per ora è l’importante. Alzarsi. E spero che tu non smetta di farlo.
Alla me, fra poco Ventenne.

Bianca Cernuto, 5H

Molteplicità

Immagina una stanza di infiniti specchi.
Strani specchi che distorcono la realtà.
Tanti riflessi falsi di un’unica realtà che si trova allo stesso tempo in tutti gli specchi e in nessuno.
La mia immagine in questo momento non è certamente quella di ieri e sicuramente non sarà la stessa di domani.
In una stanza dagli innumerevoli specchi io che vi entro sono realtà, ma non riuscirò mai a vedermi né a mostrarmi se non attraverso uno di questi riflessi distorti. Potrò scegliere quello che in quel momento mi si addice di più, e potrei cambiare idea nell’istante successivo. Potrei sentirmi appartenente al riflesso precedente scegliendone comunque uno nuovo.
Mi trovo allo stesso tempo in ognuna e in nessuna delle mie molteplicità. Tutte mi rappresentano e nessuna spiega davvero chi sono.
Potrò cogliere qualcosa di me in ogni riflesso sempre, insieme a qualcos’altro che non mi riguarda affatto.
Quello che in conclusione sono, forse nemmeno io stessa lo saprò mai veramente.
E come spiegare qualcosa che non sai… se non attraverso frammenti di certezze momentanee e incredibilmente volubili?
Mi presenterò sempre per quella che credo sia la versione che più possa avvicinarsi ad una sintesi di tutto ciò.
Una sintesi della molteplicità costituita dall’immensa quantità di riflessi che vedo all’interno di me.
Cercherò di trarre ed esplicitare più dettagli possibili, senza però avere la certezza che essi non svaniscano nell’istante successivo.
Ognuno di noi è sicuramente più di uno, è molti.
È una folla costituita da un’infinita varietà di classi che pensano in modo completamente differente ma nelle quali si possono trovare cenni concordanti.

Svetlana Innocenti, 4M
 

AD OCCHI APERTI

Una voce risuona nelle mie orecchie e continua a pronunciare il mio nome: “probabilmente staranno chiamando qualcun altro”, penso. Riprendo il mio sogno, mi focalizzo sulla mia mente. Sembra di volare oltre la realtà, per poi ingrandirla e renderla migliore: mi proietto in un mondo diverso, completamente scelto e regolato da me, dove tutto segue la direzione da me voluta e che può cambiare a mio piacimento. “Non vedo l’ora di tornare a casa e leggere il mio nuovo libro, Orgoglio e Pregiudizio; sono così contenta di averlo finalmente comprato! La copertina è talmente bella che non riesco a smettere di guardarla, con quel pavone dorato su sfondo azzurro. Chissà come sarà…”; e ancora: “Ah giusto, devo studiare. Probabilmente non riuscirò ad iniziarlo oggi. La mia mente dovrà continuare ad immaginarsi la storia ancora per un po’”. I miei occhi continuano a rimanere aperti, ma non prestano attenzione a ciò che guardano. I pensieri variano ogni minuto, passando da un argomento all’altro con grande facilità ed io mi perdo sempre più dentro me. Finisce che dal nulla mi ritrovo con gli occhi fissi a guardare il vuoto, oltre la finestra, a pensare, immaginare e sognare di tutto, cercando di evitare di staccarmi completamente dalla realtà che mi circonda. Un suono mi risveglia, come per magia, riapro gli occhi e il mondo è sempre lì, esattamente come l’ho lasciato poco prima. “Quanto è durato?” mi domando, “per quanto tempo non ci sono stata?”. Che sia solo frutto di stress, noia o frustrazione, o la realizzazione di un vero e proprio desiderio? Sognare ad occhi aperti mi permette di immaginare un futuro, rielaborare alcune emozioni o crearne altre, di staccare da una realtà che non sembra mi appartenga. Lascia completa autonomia e libertà creativa, permettendomi di dar vita ad un universo parallelo fatto appositamente per me. Riesco a costruire una realtà così perfetta da sembrare vera, quasi più vera di quella che effettivamente mi circonda.
Non mi resta che sognare, immaginare e creare ad occhi aperti. Continuare a fantasticare con la mente fino ad arrivare in quei luoghi sconosciuti, reali o immaginari, che tanto desidero scoprire. Ho la possibilità di combattere quelle battaglie che sembrano insuperabili, di vedere positività anche nei luoghi in cui questa è più nascosta e di programmare un’intera vita fuori dagli schemi. Sono io la padrona di questo mondo, è la mia mente: per questo, non mi resta che sognare.

Giada Amoruso, 3D
 

La cara vecchia Lulù

Non so se qualcuno di voi leggeva il “vecchio” giornalino del Marco Polo.
Eravamo tantissimi in redazione, scrivevamo di tutto; alcune persone si erano perfino “specializzate”. Ad esempio, Yasmine era quella dell’Oroscopo e io ero quella dei Fumetti.
Ogni mese facevo piccole strisce; di solito erano basate su ironia o sarcasmo.
I miei fumetti venivano messi sempre in fondo al giornalino e li facevo sempre con il solito personaggio principale.
La redazione la chiamava “volpina” ed era diventata quasi una mascotte. Si chiamava Lulù, una volpe vivace, scherzosa, a volte un po’ rozza, ispirata dai cartoni degli anni ’30, aveva il compito di far sorridere il lettore (che ai tempi inizialmente erano solamente la sottoscritta o qualche membro della mia famiglia), era un modo per esprimermi.
La creai nel 2018 e l’anno successivo il giornale Oltre il Polo mi ha dato la possibilità di pubblicarla in modo che altre persone potessero conoscerla.
Da qualche parte ho ancora le mie prime strisce con lei…
Questa volta però la faccenda è diversa: adesso la redazione è composta solo da una decina di ragazzi e scrivo in un blog.
Lulù è dovuta andare in letargo e ho dovuto iniziare a scrivere articoli, cosa che prima non facevo.
Ho fatto un salto enorme… scrivere e fare fumetti non sono per niente la stessa cosa.
Il fumetto ha l’immagine, che a volte dice più di mille parole, l’articolo invece no. Scrivendo è più difficile far capire al lettore quello che voglio comunicare; con il disegno posso utilizzare anche il linguaggio non verbale; le parole a volte non rendono bene come un’immagine. Per me è molto più facile esprimermi disegnando personaggi che con la scrittura.
Forse Lulù tornerà dal suo letargo quando e se ci sarà di nuovo un giornalino, ma per ora scrivo.
Non è da tantissimo che lo faccio, ma ci proverò e non sarà un problema.
Me la caverò.
Sarà un’altra esperienza.

Ilaria Pesciullesi, 4C
 

Bisogna per forza arrivare alla violenza?

In seguito all’assalto a Capitoll Hill e dopo uno scambio di opinioni, ci siamo chieste: bisogna per forza arrivare alla violenza?
Le nostre considerazioni personali sono state sviluppate nei due testi seguenti. Speriamo vi piacciano. Buona lettura!

Bisogna per forza arrivare alla violenza?

Sapete tutti cos'è la violenza? Quelle azioni che le persone compiono con la forza, per imporsi o per danneggiare l'altro.
Quelle brutte azioni che chi le esercita considera giuste, crede di star facendo bene e di risolvere poi in questo modo i suoi problemi.
Ecco, io mi chiedo: ma cosa vi fa credere che la violenza sia la giusta soluzione?
Mi hanno sempre insegnato che farne uso ne procura solo altra. Non si risolve nulla se alzi le mani e picchi qualcuno.
Meglio parlarne, chiedere un incontro e confrontarsi faccia a faccia di ciò che ti turba e risolverlo pacificamente. Quindi perché, se ci sono migliaia di altri modi per evitarla, ne dovete fare ricorso?
Queste sono domande che mi frullano in testa da un po', ma che sono cresciute soprattutto in questi ultimi mesi, perché, a parere mio, la violenza è aumentata e di molto.
Ho sentito molte più notizie negative di persone che hanno preferito i fatti, le azioni, al dialogo...
Con fatti, però, io non intendo cose come scendere in piazza e scioperare per ottenere qualcosa, no no, mi riferisco a quelle “manifestazioni” (se così posso chiamarle) dove invece di ascoltare si urla e si fa ricorso alle armi.
Un esempio fresco è l'attacco al Campidoglio.
Perché avete dovuto attaccare così, dal nulla? Quali risultati avete ottenuto in questo modo?
A mio parere, vi siete solo ricoperti di ridicolo, non avete usato il cervello e vi siete buttati a capofitto nella confusione.
Da quella notizia, ho avuto paura per molti giorni, ho pensato al peggio, ad ogni possibile scenario che potesse venirmi in mente. Ho provato solo paura.
Ecco quali sono i risultati che hanno ottenuto quei ribelli.
Ecco a cosa ti porta la violenza. A vivere nell'ansia e nella paura
E io questo lo vorrei evitare...

Alice Maestrini, 3H

 

Dobbiamo ricordarci, tuttavia, che le medaglie hanno sempre due facciate, così come la luna ha una parte oscura che non abbiamo mai visto, che ci siamo sempre limitati ad ignorare. Proprio da quella parte oscura, della luna e della storia, da quell'abisso di dolore, alla fine è insorta una voce, un urlo soffocato che chiedeva null'altro che aiuto e solidarietà. É stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: quella goccia si chiamava George Floyd, l'ennesima vita nera oppressa esattamente da quegli enti nati per proteggere. Proteggerci tutti equamente: questo dovrebbe essere lo scopo principale della polizia. “Il gioco è bello quando dura poco”, però il gioco non è mai stato bello ed è durato tanto, troppo: ad un certo punto si raggiunge il limite. E cosa succede quando la gente si arrabbia? Comincia a lamentarsi, a protestare e a chiedere giustizia per i propri fratelli e sorelle, giustizia per i propri figli e validità, valore, importanza: “le vite nere sono importanti”, non uno slogan volto alla supremazia di quest'ultime sopra le vite bianche, ma un ordine, un obbligo a ricordare ai più privilegiati che in questo mondo siamo tanti, variopinti e diversi; ed è questa diversità che dovremmo celebrare e rispettare invece di sopprimere. La rabbia, come dicevo, può essere espressa in modi diversi: con la violenza, con gli attacchi e gli assalti; può stravolgere l'uomo così tanto da farlo diventare una bestia fuori controllo; l'ira, se fomentata giornalmente, è come un uragano che trascina tutti con sé, volenti o nolenti. Questo è ciò che è successo a Capitol Hill, la rabbia pura, la malattia canina che si caratterizza per il bisogno di mordere ha colpito questi uomini, veri e propri terroristi i quali hanno consapevolmente deciso di declinare la propria collera in violenza. Perché non è successo durante le proteste blm? Due motivi: numero uno, in questo caso dietro la rabbia c'era un altro fattore fondamentale, la paura legata ad uno sfondo di terrore considerevole. Numero due: semplicemente perché la saggezza e la sapienza di una bellissima minoranza ha prevalso ed è sfociata nell'atto opposto, rispondere alla violenza con la pace. Si è creato un parallelismo nella storia, una collisione sugli stessi termini: la celeberrima foto della ragazza che durante la guerra del Vietnam negli anni '60, infilava un fiore nella canna del fucile e le migliaia di persone distese per terra a riprodurre l'orribile maniera in cui si è svolto l'assassinio di George Floyd, dinanzi ad una schiera di poliziotti armati fino ai denti. Questa è la più grande differenza nei due tipi di rabbia: protestare pacificamente, disarmati, reagire alla violenza con un messaggio d'amore, di solidarietà e d'uguaglianza ed, invece, reagire alla rabbia con la violenza, l'istinto più primitivo dell'uomo. Ma davvero è inevitabile arrivarci?

Gaia Pisanello, 3M